Pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con
tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male,
perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una
pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte
trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta
souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a
educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in
profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà
considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una
pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci
si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità
della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di
suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve.
È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice
eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in
cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza
più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo
che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante
il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi,
non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio
intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi
stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo
nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei
migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che
il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante.
Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di
prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel
dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano
dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne
il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di
riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non
coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la
sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il
diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre
decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati,
non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la
diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da
correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà
sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto
solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.