OLTRE LA “RELIGIONE CIVILE” E IL “CRISTIANESIMO BORGHESE”

«Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così gli uni e gli altri si conservano» (Matteo 9, 16-17).

Mi è tornata in mente questa pericope evangelica, mentre leggevo l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera del 29 dicembre scorso, sollevando un ampio dibattito sull’attuale «crisi» del cristianesimo e in particolare della sua declinazione cattolica. Le immagini che Gesù usa sono molto evocative nell’orizzonte della Sacra Scrittura: infatti nella Bibbia la veste è usata come metafora della vera sapienza (cf. Proverbi 31, 10-31, spec. v. 21), mentre il vino richiama la vita nella sua dimensione di pienezza e fecondità (cf. Isaia 25, 6). Dunque, attraverso queste immagini, Gesù intende evocare l’autentica sapienza, quella che rende possibile un’esistenza promettente e provoca ad un rinnovamento profondo: non si tratta appunto di rattoppare o di riciclare, ma di cambiare.

Nei Vangeli c’è una parola ben precisa per indicare questa sapienza di rinnovamento: «conversione». L’etimo di questa parola, dal latino conversio, indica una decisa inversione di rotta. Il corrispettivo greco, metànoia, denota un cambiamento radicale di mentalità. Dentro il termine conversione c’è dunque l’idea che il cambiamento non accade in modo spontaneo, ma richiede un investimento attivo di determinazione e di scelta.

È importante tenere presente questo sfondo, quando si parla di crisi del cristianesimo e della Chiesa. Lo aveva già intuito il card. Emmanuel Suhard, allora arcivescovo di Parigi, nella lettera pastorale scritta in occasione della Quaresima del 1947, che porta come titolo una domanda provocatoria: Essor ou declin de l’Eglise? («Risveglio o declino della Chiesa?»). La tesi di fondo elaborata nella lettera è che la Chiesa sarebbe condannata ad un sicuro declino se non fosse in grado di produrre un’ermeneutica cristiana della «crisi di sviluppo», verificatasi all’indomani del secondo conflitto mondiale; una crisi contrassegnata dal travaglio per il costituirsi di un nuovo umanesimo, da edificare sulle macerie provocate dalla tragedia bellica.

[. . .]

Questa è una lezione fondamentale, che siamo provocati a imparare dalla pandemia. Una lezione che dovremmo evitare di rendere una semplice parentesi: niente rattoppi o riciclaggi, ma vino nuovo in otri nuovi. Il che significa in concreto: convertirsi da una Chiesa che va (solo) in chiesa, a una Chiesa che va a tutti. Una Chiesa che va a tutti non ritiene che il problema sia risolto quando si sono riaperte le chiese per fare le celebrazioni con la mascherina. Il «sacramento della mascherina» ci ha soltanto costretti a gettare la maschera, a riconoscere che non è sufficiente «ritornare come prima», perché non era affatto il migliore dei mondi ecclesiali possibili.

Non basta rattoppare il vestito vecchio di un cristianesimo borghese. Il punto è mirare ad una Chiesa de-centrata, davvero in uscita, consapevole che la sua missione è mettersi al servizio di un’autentica umanizzazione in nome del Vangelo di Gesù Cristo. Nessun rimpianto, dunque, per la cristianità perduta, bensì l’apertura ad un modo diverso di concepire lo stile della Chiesa e la confessione della fede. Un modo diverso, in quanto più evangelico, più corrispondente alla testimonianza di Gesù, che chiede incessantemente di accogliere e di trasformare in vita la sua sapienza di rinnovamento.




Questo sito utilizza cookies per offrirti un'esperienza di navigazione migliore. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. Maggiori informazioni.