LETTERA 212 - MARZO-APRILE 2021

EDITORIALE : Kûm Alziamoci

AUTORE        : Cinzia e Simone Purpura - Responsabili Regione Nord Est B

Le parole producono fatti, trasformazioni, permettono di costruire e rimodellare la nostra identità, sono il luogo dell’istituirsi di un legame con sé e con l’altro. La loro trama non si interpreta, si ascolta e si accoglie per trasformare la nostra interiorità. Le parole non sono inerti e passivi strumenti nelle nostre mani. Le parole hanno un’anima e vogliono essere comprese, non solo pronunciate e usate, ma vissute nel cuore, abitate.

La parola Kûm, Alzati! fin dalla sua origine trabocca di vita poiché è pregna di un significato che ne esprime lo sgorgare. È un termine che dà ad ogni azione un dinamismo interiore. Ha la sua radice in qâma il cui significato originario è levarsi, ma anche risorgere, come colui che, morto, si alza per rimanere in piedi, per reggersi e restare saldo. Qâma, alzarsi, è un’espressione molto più forte del semplice fare qualcosa in italiano. Poi la parola araba qâm ha esattamente lo stesso significato di qûm o kûm, forma ortografica aramaica tradotta con la formula greca ™ge…rw (egeirô) usata per la risurrezione narrata in vari episodi dei tre Vangeli Sinottici e di Giovanni, e presente in questa forma nell’episodio della figlia di Giairo nel Vangelo di Marco.


Da Lc 7,11-15: In seguito Gesù andò in un villaggio chiamato Nain: lo accompagnavano i suoi discepoli insieme a una gran folla. Quando fu vicino all'entrata di quel villaggio, Gesù incontrò un funerale: veniva portato alla sepoltura l'unico figlio di una vedova, e molti abitanti di quel villaggio erano con lei.


Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: 'Non piangere!'.
Poi si avvicinò alla bara e la toccò: quelli che la portavano si fermarono.

Allora Gesù disse: 'Ragazzo, te lo dico io: alzati!'.
Il morto si alzò e cominciò a parlare. Gesù allora lo restituì a sua madre.

La parola “alzati” pronunciata da Gesù è di dominio, di signoria, ascolta l'eloquenza delle lacrime, risponde al pianto silenzioso di chi neppure si rivolge a lui. Quella donna non prega Gesù, non lo chiama, non lo cerca, tutto in lei è una supplica senza parole. Gesù vede solo uno sguardo, si ferma e tocca. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Toccare non è un sentimento, un gesto spontaneo, è una decisione, una parola dura che ci mette alla prova. Gesù si accosta, tocca, parla: 'Ragazzo, te lo dico io: alzati!'.

Nell’episodio narrato si rivelano gli aspetti di Cristo uomo e Cristo Dio. Ricordiamo le parole del vecchio ebreo di nome Simeone che, tenendo Gesù ancora bambino tra le braccia lo aveva definito segno di antitesi amato e detestato, emblema di libertà o strumento di oppressione, rivoluzionario o maestro spirituale, carne debole o Lógos trascendente. Gesù infatti, nel nostro testo, sta in una posizione unica, sia rispetto agli uomini e sia rispetto a Dio, poiché fa prevalere la divinità di Dio sulla morte e sulla volontà dell’uomo.

Agisce, dinanzi alla morte, senza una domanda esplicita venendo meno allo schema del consueto pensare dell’uomo che prevede una risposta a fronte di una domanda, e dinanzi alla risurrezione, secondo Romano Guardini, manifesta la sua signoria sulla morte accettandone la condizione, essendone obbligato dal peccato. In entrambi i casi il suo modo di agire stride con il silenzio Dio, il quale (Dio) rimane muto e insensibile come ad esempio al grido di Auschwitz, alle invocazioni e alla disperazione che accompagnano l’uomo.

Un ebreo del nostro tempo, Abraham Joshua Heschel, ha cercato di rispondere a questo silenzio di Dio ricercando la causa nella fede. “Quando la fede è interamente sostituita dalla credenza, il culto dalla disciplina, l’amore dalla abitudine; . . . quando la fede diviene un bene ereditario invece che una sorgente viva; quando la religione parla solo in nome dell’autorità piuttosto che con la voce della compassione, è proprio allora che il suo messaggio diventa privo di significato”.

Questa “Lettera 212” è la prima del piano redazionale di quest’anno 2021, la redazione non poteva pensare per un tempo “particolare” ad un titolo più adatto come “Alziamoci”. Nei movimenti spirituali, come il nostro, il vissuto si percepisce nei particolari, in un tempo interiore ed esteriore che si aggancia ad un tempo del vivere (la nostra vita) che diventa sapere e conoscenza. In questo tempo interiore ed esteriore si tessono pensieri, immagini, desideri, e si comincia a contemplare quel che non c’è sino a che la parola prende forma e viene abitata da una presenza misteriosa ed Assoluta. È una costruzione lenta e faticosa che si interseca tra l’asse orizzontale (tempo esteriore) del Kronos e l’asse verticale (tempo interiore) del kairós.

Le parole pertanto nascono dal vissuto restituito al tempo come ci illumina papa Francesco in un suo intervento: Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia.

Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento «risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi»”.

La lettura del tempo è un compito che la vita ci assegna ma è anche un impegno per il nostro Movimento che ne interpreta gli avvenimenti grazie a tutti coloro che si sono messi, come discepoli, alla sequela del Cristo e con il loro umile impegno cercano di cogliere in questo tempo la sapienza divina. Per noi équipier il discepolo è saldo, non è un opinionista, è una persona attiva, sa scegliere e mettere in atto le proprie scelte e trova “nella legge del Signore la sua gioia e la medita giorno e notte” (dal Salmo 1). A questo proposito è bene ricordare quello che scrivevano Dora e Bruno Convertini in un loro editoriale nella Lettera end 162 di marzo-aprile del 2011: “il Movimento indica chiaramente un percorso, sollecita i suoi membri a seguirlo, non espelle nessuno, ma non può lasciare spazio al disimpegno troppo lungo. Una certa tolleranza in questo si potrebbe leggere come un limite, come un difetto grave; siamo spesso abbagliati dall’idea di essere un Movimento d’avanguardia, che deve essere “profetico” (termine così abusato da essere spesso lontanissimo dal suo significato biblico), gettando le basi per una Chiesa nuova.”

Queste parole di Bruno e Dora ancora oggi scuotono e segnano la fedeltà al nostro battesimo in Cristo. In particolare quando ci viene chiesto di essere profeti e di guardare il presente con lo sguardo di Dio e annunciare al mondo la Sua presenza con la nostra stessa vita. Per far questo dobbiamo “metterci cuore, mani e testa affinché questo sogno possa diventare realtà, sbilanciati in uno sguardo che sposta il nostro equilibrio oltre i facili tornaconti personali e i meri calcoli di profitto immediato”, modalità che il “fra” della lettera ha evidenziato durante la presentazione, alla sessione CRS-CS 2020, del piano redazionale 2021 chiamati alla comunione in cui siamo provocati a capire quali paure accompagnano il perdere l’equilibrio per l’uomo della nostra società.

Questo impegno oggi è reso ancora più difficile da un evento epocale, quello di un virus del diametro di 50-200 milionesimi di millimetro, che ha rivelato tutta la nostra fragilità, il nostro essere “malati”, ancora prima che la pandemia insorgesse, generando un’involuzione probabilmente irreversibile, minando la fiducia nel progresso e nelle capacità dell’uomo. Necessariamente di fronte a questo scenario inedito, servono chiavi di lettura nuove, anche solo per iniziare a immaginare forme di vita e di convivenza radicalmente diverse, fondate sul riconoscimento della nostra comune vulnerabilità. Non prendere nessuna iniziativa significherebbe essere spettatori, partecipi di un destino e di una fatalità come altre. Occorre invece un atteggiamento che allarghi il proprio orizzonte iniziando dalla vita, interpretando come cristiani la concezione dell’amore dell’uomo verso Dio e come coppia dell’amore verso l’altro. Un cammino che richiede il cambiamento delle proprie posizioni personali a beneficio di un desiderio di reciprocità, di ricompensa, di conversione in cui ciascuno diventi testimone della propria fede in Gesù morto e risorto come acutamente osserva Papa Francesco:

la vita cristiana, in realtà, è un cammino, un pellegrinaggio. […]. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. […]. L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire da centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica.

Cari amici al termine di questo editoriale il pensiero va al nostro Kûm ! Questo è il nostro primo anno di servizio come CRR, quante buone motivazioni per dire di no! Nel nostro cammino di coppia forte è stata la necessità di superare le ragioni dell’isolamento e di aprirci al dono che il Signore ci ha messo sulla strada. Allora KUM ! Alziamoci.

Cinzia e Simone Purpura
Équipe Italia

Allegati

Lettera 212




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