LETTERA 211 - DICEMBRE-FEBBRAIO 2020

EDITORIALE : SACRAMENTO NUZIALE - una via per riconoscersi benedetti

AUTORE        : Michele e Enza Albano - Responsabili Regione Sud Ovest

Basterebbe poco per vivere meglio. Forse soltanto affidarsi un po’ di più. Magari a Dio. . .

Lo diciamo sottovoce, a quella parte di coscienza visionaria, nel tentativo di esorcizzare le difficoltà del quotidiano, nelle occasioni di consapevolezza d’essere fatti per la gioia. Ed invece, sovente, arranchiamo sotto il peso degli affanni e delle preoccupazioni. Speranzosi nel destino o nella fortuna, diventiamo figli adottivi di fatali casualità perdendo di vista la somiglianza primigenia che riconduce direttamente al Creatore.

L'infante che cresce, proiettato nella dimensione adulta, diventa altro dalla sua famiglia d'origine, da chi lo ha impastato alla vita. Eppure nei profili, nelle movenze piuttosto che nei valori o nel sentire profondo vi è, in tanta parte, un imprinting inappellabile.

"Dio creò l’uomo a Sua immagine.." (Gen 1, 27)

Verità, ma anche esortazione per poterci dire figli di questa continua ri-generazione in Lui.

Enza e Michele, sono coppia da più di un quarto di secolo. Lei sapeva già da ragazzina cosa volesse dire stare in due. Quando l'amore è un sogno che idealizzi ed al quale ti aggrappi per sentirti grande e cominciare a misurare i tuoi confini. 

Michele, prima di Enza, non ha mai avuto storie per cui valesse la pena scrivere rime. Consapevole di poter rimanere uno, dispari nella carne, ma già multiplo nelle tante versioni di sé.

Entrambi tentavano di leggere la loro vita dal libro della Parola. Così quell'incontro, apparentemente casuale, fu inizio di un capitolo nuovo per la costruzione di un’entità plurale.

L'inizio non fu dei più semplici. Poi, lentamente, ciascuno cominciò a riconoscere, nell'altro, il sorriso con cui Dio palesava la sua benedizione.

Noi, all'inizio, come alba che schiarisce il reale poco a poco. Ci vuole pazienza per dar modo alla luce di impregnare ogni angolo della storia raccontando la sua meraviglia.

Iniziarsi alla coppia fu proprio all'insegna dello stupore adulto alimentato da titubanze controvertite dal senso di gratitudine crescente per il dono, inaspettato, dell’altro.

Un amore maturo è qualcosa di più di un semplice sentimento. È patto siglato tra opposti. È slancio di fiducia e promessa di cambiamento. Ma è anche tanto lavoro per smussare i caratteri definiti, passo che arretra per attendere.

In che misura il sacramento nuziale rende tutto ciò esclusivo? In che modo può essere benedizione?

Dopo poco avemmo sempre più nitida la sensazione d'essere, anche noi, prediletti in quanto figli di un Padre che elargiva, a ciascuno, una parte della sua infinita eredità.

Ecco perché, subito dopo il matrimonio, fummo spinti dall'esigenza di coltivare ciò che avevamo appena celebrato. In quel momento di grande entusiasmo, comprendevano di aver contribuito a generare qualcosa di delicato, di fragile di cui non potevamo essere gli unici custodi, ma che avremmo dovuto consegnare alla cura di Dio e della comunità cristiana che, in quel momento, accoglieva una benedizione nuova.

Così, incontrammo le équipes e fu come entrare, per la prima volta, nella casa in cui eravamo sempre stati. Anche allora sentimmo d'essere benedetti. Anche ora. . .

Dove conduce la strada del matrimonio?

Forse una tra le domande più frequenti per un coniuge. Troppo spesso è interrogativo al singolare che nasce dalla sofferenza. Ma quando è frutto di condivisione diventa strumento di discernimento attraverso cui interpretare il progetto divino; risorsa dalla quale partire per una maggiore comprensione di un mistero straordinario: l'amore.

È l'amore che genera benedizione.

Là, dove si innesta l'Amore, tutto parla di Dio. Ed i coniugi diventano Sua Parola visibile.

“Il Sacramento del matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso.” (Papa Francesco – Discorso ai Giovani di Assisi 2013)

Se comprendessimo un'infinitesima parte di questo meraviglioso mistero saremmo terrorizzati dal poter essere, anche involontari, artefici del suo deperimento, di irreversibile fallimento sponsale.

E a quel punto saremmo disposti a correre il rischio di sfuggire alla responsabilità d'impegnarsi? Saremmo, finalmente, consapevoli testimoni?

Il periodo che viviamo erge su ciascuno di noi un enorme punto interrogativo diventato vessillo d'identità.

Di fronte a così tanta incertezza è facile cedere alla tentazione di rimandare l’urgenza di conversione dichiarando questi mesi un tempo sospeso. Alimentare la nostalgia del ritorno alla “normalità” è spesso un modo sottile per fuggire senza voltare le spalle. Gli sposi possono correre il rischio di rinnegare la stessa grazia salvifica del loro sacramento.

“Le coppie delle End vogliono che il loro amore, santificato dal sacramento del matrimonio, sia una lode a Dio, una testimonianza che provi agli uomini con evidenza che Cristo ha salvato l’amore.” (P. Caffarel – Lettera Mensile, Marzo 1952)

Troppo, invece, lo spazio dedicato al vuoto. Nella frenesia di dover gestire il tempo ci siamo ritrovati a rincorrerlo da frustrati e perdenti. Ecco che abbiamo iniziato a togliere senza provare il desiderio di aggiungere, privandoci di coltivare relazioni paritetiche, percorsi di cambiamento sociale e spirituale, sogni e speranze.

Poi, quando una pseudo cultura secolarizzata ha chiesto testimonianza al nostro essere cristiani, ci siamo trovati impreparati. Eppure avevamo coltivato la convinzione che, dal battesimo in poi, tutto sarebbe stato semplice in quel riconoscersi seguaci di Cristo a prescindere, magari grazie a qualche richiamino di fede esplicitato in opere buone. La nostra carità della domenica ci avrebbe preservato, garantendoci uno status, un modo d’essere.

Ed invece, il mondo ha cominciato a pretendere di più: volevano vedere in noi quel Cristo tanto sbandierato a fondamento del nostro parlare dotto. Allora noi, per scappare da sotto quella nuova croce abbiamo preferito toglierle tutte, per non essere tacciati di presenzialismo. Abbiamo provato a convincere chi non ha niente che in fondo è una grande fortuna non essere schiavi delle cose per ottenere il bene-stare.

E più di recente, per pacificarci dalla paura del contatto, da tante nostre celebrazioni, abbiamo eliminato la pace piuttosto che trovare il modo di toccarci con gli occhi.

Il nostro impegno sociale è davvero così distante dalla fede che professiamo?

Tutti, nessuno escluso, siamo chiamati a rinnovare un’umanità attualmente incancrenita dagli stereotipi di sempre, da ossessioni consolidate, dalla paura nei confronti del cambiamento.

Siamo chiamati ad aver fame di santità! Fame di relazioni sincere, di festa condivisa, di ben-essere plurale che ci renda bene-detti.

“Conosco uomini e donne responsabili quanto altri, con impegni familiari e professionali, con attività sociali o religiose (…) Hanno fame di conoscere il pensiero di Dio su ogni cosa e su ogni avvenimento…” (P. Caffarel – Ai Crocevia dell’Amore)

Sentiamo l’urgenza di poterci specchiare nello sguardo di Dio per riconoscere la verità del nostro essere NOI?

Insieme è l’opposto che da soli. In ciò la coppia cristiana è incubatrice di novità quando nascono dalla gioia per ritrovarsi uniti. Ѐ chiamata a maggiorare la responsabilità per essere terreno generoso di misericordia, di fiducia e speranza. Punto di ripartenza aperta alla grazia di Dio per riconoscersi benedizione anche per tutti gli altri.   

Enza e Michele Albano
Équipe Italia

Allegati

Lettera 211




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